Gli altri catalani

*Article de Francesc Viadel publicat al número 10/2017 de Limes, Rivista Italiana di Geopolitica dins de l’especial titulat Madrid a Barcellona. (Nel conflitto fra Spagna e Catalogna per ora prevale il governo centrale. Una rovoluzione vestita da disputa legale. 

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Non si può capire la narrazione del catalanismo contemporaneo se non si conosce l’idea dei Paesi catalani (Països catalans), che costituisce uno dei suoi referenti simbolici 1, nonché una delle principali paure dello Stato spagnolo.

L’esistenza della Catalogna come soggetto politico, per non parlare di quella dei Paesi catalani, anche se solo come ipotesi priva di qualsiasi concretezza politica, rappresenta una terribile minaccia nell’immaginario del nazionalismo spagnolo, interamente adottato dallo Stato. Non è solo una questione di patriottismo sentimentale, di difesa dell’«indissolubile unità della nazione spagnola», come sancito dall’articolo 2 della costituzione del 1978, o la conseguenza di una visione «castiglianista» della Spagna. È anche un problema economico. Non bisogna dimenticare che la Catalogna rappresenta da sola circa il 19% del prodotto interno lordo spagnolo. In termini economici, i Paesi catalani sono il motore della Spagna, nonostante siano anche i territori peggio finanziati, quelli che ricevono meno soldi da Madrid in rapporto alle tasse che versano.

In fondo, la battaglia politica tra Spagna e Catalogna, ma anche tra Spagna e Comunità Valenzana e Isole Baleari, è quindi anche una battaglia per le risorse che consentono a queste regioni di mantenere un seppur limitato autogoverno. Lo squilibrio è reale, dura da molto tempo, e anche Madrid si è vista costretta ad ammetterlo, facendo vaghe promesse di correggerlo in futuro. In ogni caso, è evidente che esiste una diffidenza politica da parte di Madrid, giunta all’estremo di ritardare – malgrado le richieste dell’Unione Europea e degli imprenditori spagnoli – gli investimenti nel cosiddetto «corridoio mediterraneo» che collega la Spagna all’Europa, dando priorità alle infrastrutture ferroviarie di Madrid o addirittura inventandosene di nuove pur di non migliorare le vie di comunicazione nella frangia orientale del paese. Cioè nei territori che formano i Paesi catalani, la cui esistenza continua a essere negata con ostinazione dal nazionalismo spagnolo, perfino a livello teorico.

Non ci sono dubbi che in Catalogna lo squilibrio finanziario abbia rappresentato un casus belli per l’indipendentismo. È stato, in definitiva, uno dei motivi della sua rapida ascesa nel contesto della lunga crisi economica scoppiata nel 2007, quando i cittadini scoprirono con stupore che il Partito popolare (Pp) era l’attore principale di una rete di corruzione sistemica e che utilizzava il potere politico per proteggere gli interessi delle banche e dei maggiori gruppi economici del paese. Bisogna tener conto che negli ultimi anni anche molti settori della popolazione valenzana e baleare, gli imprenditori e quasi tutti i partiti politici, hanno fatto proprie le rivendicazioni economiche nei confronti del governo centrale.

Il conflitto con la Catalogna ha avuto un’evoluzione molto rapida ed è stato mal diagnosticato da Madrid, che non ha fatto nulla per tentare di risolverlo politicamente. Molti in Spagna non accettano il successo ottenuto dall’indipendentismo negli ultimi sette anni; superati dalla realtà, mezzi di comunicazione e politici vogliono farlo passare per un fenomeno recente legato all’avanzata dei nuovi populismi 2, alla manipolazione emotiva della realtà economica, o anche alla debolezza di uno Stato che ritengono sia stato troppo generoso nel concedere un alto livello di autonomia alla Catalogna.

Nell’opinione pubblica spagnola e in quella delle sue classi dirigenti è diffusa la convinzione che nell’attuale egemonia dell’indipendentismo sia stata decisiva l’opera di proselitismo e di manipolazione svolta dal sistema educativo e dai mezzi di informazione pubblici catalani, come TV3 e Catalunya Ràdio. Molti giornalisti e politici descrivono con malizia le scuole pubbliche catalane come istituti dove si coltiva l’ispanofobia e reclamano, ora più che mai, che lo Stato assuma le competenze in materia di istruzione cedute al governo della Generalitat catalana. La convinzione che questo disponga di potenti strumenti d’indottrinamento collettivo è rafforzata dalle falsità e dalle esagerazioni diffuse da giornali, radio e televisioni, per esempio quando la politica della Generalitat viene paragonata a quella dei nazisti. O quando il movimento «sovranista» (regionalista), che da diversi anni è diventato socialmente trasversale e si caratterizza per la difesa di una radicalità democratica che va ben oltre la rivendicazione nazionale, viene bollato come xenofobo. La stampa spagnola si è schierata così apertamente in difesa degli interessi dello Stato da spingere un gruppo di giornalisti provenienti da diverse zone della Spagna a pubblicare un manifesto per un giornalismo responsabile nei confronti della questione catalana 3.

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Manifestació de l’11 de setembre de 2017 a Barcelona reclamant la celebració d’un referèndum.

La maggior parte delle analisi omettono deliberatamente di ricordare che Madrid ha rifiutato per anni qualsiasi proposta del governo catalano, al quale non ha mai voluto riconoscere lo status di soggetto politico. Ad ogni modo, la repressione giudiziaria e poliziesca scatenata dallo Stato contro la Catalogna, in particolare nel corso del referendum del 1° ottobre, ha aperto una ferita insanabile nella società catalana, ormai in gran parte separata de facto dalla Spagna.

Dal punto di vista dello Stato spagnolo, che ha seminato paura tra la popolazione e ha instaurato un clima prebellico in Catalogna, evitare che le Baleari e la Comunità Valenzana vengano contagiate dall’indipendentismo catalano è diventato una priorità politica. Anche in questi territori il Pp ha cercato di limitare l’insegnamento del catalano nelle scuole con modifiche legislative o anche per via giudiziaria, adducendo motivi come la discriminazione degli ispanofoni in contesti dove i catalanofoni costituiscono comunque una minoranza 4.

Da decenni esiste una catalanofobia 5 molto diffusa in ampi settori della popolazione spagnola: ignorata dai tribunali, essa ha dato coerenza e credibilità a questo discorso, che trova forte sostegno nei partiti politici nazionalisti, progressisti o conservatori di recente fondazione e crescente influenza come Ciudadanos, guidato da Albert Rivera. Il Pp, con l’appoggio di Ciudadanos e la complicità del Partito socialista spagnolo (Psoe) e della monarchia, ha fomentato un nazionalismo spagnolo aggressivo, un’estrema destra che sembrava sopita e che ora non si limita a combattere il movimento «sovranista» catalano ma lotta contro qualsiasi forma di quella che considera l’anti-Spagna, inclusa la sinistra repubblicana rappresentata dai 5 milioni di voti di Podemos.

In questo clima, l’idea dei Paesi catalani come obiettivo da perseguire si è modificata a causa della realtà sociale e culturale dei diversi territori coinvolti e dell’impatto avuto dal cosiddetto «processo» catalano. Questo iniziò nel 2006, quando il Pp raccolse milioni di firme contro il nuovo statuto di autonomia della Catalogna e lo portò davanti alla Corte costituzionale spagnola, che quattro anni dopo ne soppresse alcune parti fondamentali. La decisione suscitò un profondo malessere politico in Catalogna, provocando l’abbandono della via autonomista e l’imbocco di quella indipendentista. Il Pp arrivò a dire che lo statuto catalano permetteva la poligamia e l’eutanasia, e che alcuni degli articoli soppressi dalla Corte figuravano negli statuti di altre comunità autonome.

Ciò nonostante, il nazionalismo catalano non ha abbandonato la vecchia idea di riunificare i territori catalanofoni, ma in termini generali essa non è più una priorità come lo era stata in molti settori alla fine del franchismo. Soprattutto, è stata lasciata all’iniziativa dei singoli territori, che hanno via via sviluppato proprie piattaforme per il «diritto di decidere» (dret a decidir). Il partito indipendentista di sinistra Esquerra republicana de Catalunya (Erc) e l’anticapitalista Candidatura d’unitat popular (Cup) sono le formazioni politiche che hanno preso posizione in modo più chiaro su questa questione.

portada-libro-jfusterPrima degli anni Sessanta, nell’ideologia catalanista l’idea dei Paesi catalani, i cui precedenti risalgono alla seconda metà del XIX secolo, non era che un retaggio nostalgico di matrice culturale, storicista. Da sempre, il nazionalismo catalano aveva in pratica limitato il proprio raggio d’azione alle quattro province catalane. L’intellettuale valenzano Joan Fuster (1922-92) ruppe però con questa concezione e, anche se con reticenza, conferì al paiscatalanisme un carattere politico. Il progetto di ricostruzione culturale, linguistica e politica della Comunità Valenzana sostenuto dal valenzanismo6 durante la dittatura franchista si sviluppò a partire dall’idea di restaurare l’antica nazione dei catalani e trasformarla in una nazione alternativa al vecchio Stato ultranazionalista spagnolo. L’idea impregnò soprattutto i partiti di sinistra, che trovarono nel nazionalismo fusteriano una narrazione alternativa a quella della Spagna di Franco. Alla base della concezione paiscatalanista c’è l’idea che quella catalana, storicamente, sia una nazione di Stati e non uno Stato di nazioni.

Le teorie di Fuster sconvolsero la visione conservatrice dominante nel nazionalismo catalano; al contempo, stimolarono la nascita nella Comunità Valenzana di una nuova generazione di intellettuali. Il saggista fu il catalizzatore dell’enorme capitale umano e intellettuale alla guida di quella che il sociologo Toni Mollà ha definito una «rivoluzione tranquilla»: un movimento civico e politico che, secondo Mollà, aveva l’obiettivo trasversale di costruire un’identità collettiva su cui fondare la modernità sociale. Quest’idea si diffonderà nelle Isole Baleari, nella Catalogna del Nord, nella Frangia d’Aragona e nella città sarda di Alghero.

Il 1962 è un anno decisivo per il riconoscimento pubblico del pensiero di Fuster. Nel maggio di quell’anno, l’autore pubblicò Nosaltres, els valencians (Noi, i valenzani), ispirato a un altro importante saggio, Notícia de Catalunya (1954) di Jaume Vicens i Vives. Il libro, che Fuster scrisse su incarico degli allora giovani Max Cahner e Ramon Bastardes, inaugurò il progetto editoriale di Edicions 62, uno degli strumenti più importanti della storia recente per il recupero della cultura catalana. Grazie a questa iniziativa, inoltre, la Comunità Valenzana entrò a far parte dell’immaginario catalano contemporaneo. Come riconobbe lo stesso Fuster, Nosaltres, els valencians è un libro privo di «artifici retorici» e di «punti di vista limitanti», con cui l’autore si proponeva di riconsiderare alcuni problemi riguardanti la sorte dei valenzani come «collettività differenziata», ma inserita in un più ampio contesto storico e nazionale: quello catalano. «Dirci valenzani», scrive Fuster, «è, in definitiva, il nostro modo di dirci catalani».

 

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Bisogna sottolineare, però, che le proposte di Fuster non hanno un carattere reazionario, né essenzialista. Secondo lo storico Pau Viciano, in Nosaltres, els valencians l’autore non sente le voci degli antenati, non riunisce in un «noi» la comunità dei vivi e dei morti. Viciano afferma che considerare essenzialista Fuster a causa della forza di molte delle sue formule aforistiche significa cadere in una semplificazione. Frasi come «Dirci valenzani è il nostro modo di dirci catalani» o «La nostra lingua è la nostra patria» possono sembrare a prima vista dogmatiche; in realtà, secondo lo storico, condensano una riflessione più articolata, basata sull’analisi dell’esperienza storica e di quella personale. «Come argomentazione intellettuale, il peso determinante della lingua nella configurazione dell’identità contemporanea dei Paesi catalani», spiega Viciano, «risale al Romanticismo, ma molto probabilmente si può rintracciare anche nelle precedenti forme di coscienza collettiva. Fuster, quindi, non sceglie arbitrariamente la lingua come tratto identitario, ma lo fa riallacciandosi alla realtà storica e alla propria tradizione di pensiero. Non è nemmeno corretto dire che Fuster equipari automaticamente la condizione di catalanofono a quella di catalano. Non si tratta, infatti, di un’identificazione psicologica individuale, ma collettiva e con una prospettiva storica. Se l’equivalenza tra lingua e nazione può essere più stretta quando la questione viene considerata su un piano civile e culturale, lo stesso non può dirsi sul terreno della politica e della cittadinanza. In quest’ambito Fuster non si mostra tanto categorico e accetta di estendere i confini della nazione catalana ai cittadini non catalanofoni che fanno parte della medesima società di radici catalane e che si impegnano, in modo consapevole e volontario, nel processo di questiodenoms_fustercostruzione della nazione».

Sempre nel 1962 Fuster pubblicò Qüestió de noms (Questione di nomi), un opuscolo in cui rifletteva sul nome da dare alla lingua e al territorio della nazione catalana. Il saggista, accanito detrattore delle obiezioni particolaristiche dei valenzani, dei balearici e dei rossiglionesi rispetto alla loro ascrizione culturale catalànica, rivendicò una precisa terminologia: «catalano» e «Paesi catalani». «Molto più appropriata di “Grande Catalogna” o “Catalogna Grande”», affermò, «è la definizione di “Paesi di lingua catalana”. Ma la migliore è quella di “Paesi catalani”. (…) Abbiamo il diritto di sperare – anche se questa speranza ci sembra molto lontana – che un giorno basterà dire “catalano” per alludere alla nostra condizione di unico popolo, e aggiungere una semplice precisazione territoriale per localizzare la cosa o la persona di cui si parla».

Fuster era perfettamente cosciente delle scarse possibilità di riuscita di un progetto come questo, nonché delle enormi difficoltà di sopravvivenza politica, culturale e linguistica dei paesi di lingua catalana senza complicità e alleanze con cui far fronte al nazionalismo spagnolo. «La proposta dei “Paesi catalani”», scrisse nel 1979, «(…) infastidisce Barcellona e Valenza, le due ipotetiche “pre-autonomie” sedotte dal potere centrale. Ma i “Paesi catalani” – non è che un nome convenzionale, un modo come un altro di chiamarli – si vedranno costretti, presto o tardi, a “identificarsi”. Non ha alcuna importanza che l’onorevole Tarradellas 7 e il (perché non chiamarlo “onorevole”?) presidente Albiñana 8 siano contrari a quest’idea. Le “politiche” a breve termine sono decisive; ma, considerandole più attentamente, ci si rende conto che risulteranno efficaci solo se verranno pensate in vista di un’“emancipazione nazionale”. Altrimenti, tutto si ridurrà a un puro e semplice decentramento. Io ho sempre ritenuto che il decentramento può essere peggio del centralismo».

Se da un lato il decentramento dello Stato spagnolo durante la transizione alla democrazia diede nuovo slancio ai settori che resistevano a un processo di assimilazione culturale e politica da parte del nazionalismo spagnolo, dall’altro frammentò i diversi territori in compartimenti stagni, le autonomie, che invece di elaborare meccanismi di collaborazione, ignorarono qualunque tentativo unitario di normalizzazione della lingua catalana. A ciò va aggiunta la reazione al progetto paíscatalanista della destra nazionalista spagnola, che soprattutto nella Comunità Valenzana riuscì a mobilitare una parte consistente della società impaurita dai cambiamenti democratici e fortemente influenzata dalla mentalità del franchismo.

pc001_n1Secondo Fuster, al momento della transizione i Paesi catalani erano, dal punto di vista politico, una «pura illusione». Tuttavia ciò contava ben poco, perché anche se non avessero trovato in breve tempo un’incarnazione politica, «non avrebbero smesso di essere quello che sono» né «quello che dovrebbero essere». La cosa veramente importante per Fuster, e sulla quale insistette sempre – cosciente com’era del momento storico, della fragilità politica e culturale dei catalani e dello scarso entusiasmo della Catalogna per la prospettiva paíscatalanista – era la necessità di una ricostituzione nazionale. Nel 1983 dichiarò preoccupato: «Abbiamo i giorni contati, quindi dobbiamo darci una mossa. Non ha più senso parlare di “regionalista” o “nazionalista” rispetto alla Catalogna in senso stretto 9. Ogni “regione” dei Paesi catalani, nel corso dei secoli, ha vissuto le proprie vicende storiche. Di fronte al futuro, se come Paesi catalani, con questo nome, non recuperiamo e ristrutturiamo la nostra frammentazione “regionale”, non saremo niente».

Le idee di Fuster intaccarono profondamente l’immagine del regionalismo valenzanista, imparentato dal punto di vista ideologico con il franchismo e con il luogo comune stantio del Levante feliz, secondo il quale la regione valenzana era prospera e priva di conflitti sociali. Ciò diede l’impulso definitivo alla rivoluzione tranquilla teorizzata da Mollà, che si trovò però a dover fronteggiare una controrivoluzione di matrice reazionaria e anticatalanista. Questa impedì non solo la normalizzazione democratica, ma anche qualsiasi progresso nel campo del recupero linguistico e culturale del catalano. La sinistra, e in particolare il Partit socialista del País Valencià – Partit socialista obrer espanyol (Pspv-Psoe) che governò la Comunità Valenzana dal 1983 al 1995, a causa delle violente pressioni anticatalaniste dei partiti di destra (Alianza popular, Ap e Unión de centro democrático, Ucd) fece marcia indietro sulla politica linguistica e finì per accettare la cornice simbolica dei conservatori, sulla quale si è costruita l’autonomia, il sentimento identitario dei valenzani.

In questo clima, i partiti nazionalisti come il Partit nacionalista valencià (Pnv) registrarono una clamorosa sconfitta nelle prime elezioni autonome del 1983, in seguito alla quale rimasero relegati per anni all’ambito della politica municipale. Ciò nonostante, il valenzanismo di matrice fusteriana continuò a influire in molti settori, a cominciare dalla cultura, e ispirò numerose organizzazioni civili nel campo dell’educazione.

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1995, Zaplana i Lizondo segellen el Pacte del Pollastre. S’inicia un cicle d’hegemonia política del PP que durarà 20 anys.

Nel 1995 il Partido popular, precedentemente denominato Alianza popular, arrivò a governare la Generalitat valenzana grazie al partito dichiaratamente anticatalanista Unió valenciana (Uv), successivamente assorbito dal Pp. Per vent’anni, fino alla sua sconfitta nel maggio del 2015, la destra valenzana ha consolidato la propria narrazione e non ha mai smesso di fomentare l’anticatalanismo e l’ostilità verso la Catalogna, accusata di essere imperialista. Il Pp si è presentato sempre alla società valenzana come l’unico partito leale alla Spagna e l’unico a poter garantire i diritti dei valenzani, minacciati da una sinistra rappresentata come nemico interno segretamente alleato con i catalani. La verità è che questa deformazione della realtà, abbondantemente diffusa dalla televisione pubblica valenzana e da altri media, aveva spesso l’obiettivo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai gravi casi di corruzione all’interno del partito. Nel 2014 erano già 127 i politici del Pp imputati per corruzione.

Stando così le cose, e sullo sfondo della grave crisi economica degli ultimi anni, nel 2015 il Pp ha perso il governo, passato nelle mani del Pspv-Psoe e di una coalizione di partiti chiamata Compromís, guidata dal Bloc nacionalista valencià (Bnv), formazione di centro-sinistra di matrice fusteriana. La crescita elettorale di Compromís è senza dubbio indice di cambiamenti nella società valenzana, anche se l’egemonia sociale resta nelle mani del blocco conservatore.

Il principale ruolo istituzionale ottenuto da Compromís è stato assegnato alla leader di una piccola formazione, Iniciativa del poble valencià (Idpv), nata dalla scissione della coalizione Esquerra unida del País Valencià (Eupv), la cui componente principale è il Partit comunista del País Valencià (Pcpv). L’attuale vicepresidente della Generalitat, Mònica Oltra, protagonista della lotta contro la corruzione del Pp, ha evitato in varie occasioni di prendere posizione sull’ideologia paiscatalanista e sulle rivendicazioni indipendentiste. Anche la coalizione Compromís si è mantenuta il più possibile ai margini delle rivendicazioni catalane, benché questo non le abbia risparmiato le accuse da parte di un Pp radicalizzato di essere una formazione dissimulatamente separatista.

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Membres de Compromís es manifesten per València per un finançament just.

La realtà è che Compromís racchiude varie tendenze e che la polarizzazione del «processo» catalano ha rafforzato le contraddizioni interne. Un buon esempio di questa situazione è stato il contrasto sorto pochi giorni prima del referendum catalano, il 17 settembre 2017, tra Mònica Oltra e la segretaria del Bnv, Àgueda Micó, quando quest’ultima ha firmato la Declaració de Menorca insieme ad altri partiti della sinistra «sovranista», tra cui Més per Menorca, Bloque nacionalista galego, Euskal herria bildu, Esquerra catalana e Més per Mallorca. In questa dichiarazione viene affermata l’incapacità dello Stato di soddisfare le richieste politiche e sociali dei popoli e viene difeso il loro «diritto di decidere».

Per prendere le distanze dal processo «sovranista» ed evitare le critiche della destra anticatalanista, Oltra ha scelto spesso di banalizzare il conflitto catalano, arrivando a presentarlo come contrario agli interessi dei valenzani: una strategia utilizzata con frequenza dai suoi diretti avversari e dalla narrazione anticatalanista fin dagli inizi del XX secolo. Tuttavia, non bisogna dimenticare che Oltra proviene da una tradizione politica molto critica nei confronti del nazionalismo catalano, considerato uno strumento della borghesia catalana per mantenere la propria egemonia. È un’idea antica, smentita dalla stessa realtà sociologica del «sovranismo», ma molto radicata nell’ideologia di una certa sinistra spagnola.

In questo contesto, il «sovranismo» paiscatalanista si è concentrato essenzialmente in tre organizzazioni: la corrente denominata Bloc i país del Bloc nacionalista valencià (Bnv); il partito Esquerra republicana del País Valencià (Erpv), fratello di Esquerra republicana de Catalunya (Erc); e la Plataforma pel dret a decidir. Il 10 giugno 2017 quest’ultima ha convocato a Valenza una manifestazione per chiedere un sistema di finanziamento più equilibrato, che non ha goduto del sostegno ufficiale di Compromís e alla quale hanno partecipato varie organizzazioni. Tra le numerose iniziative promosse da Erpv, invece, va ricordato il manifesto Va de democràcia (È una questione di democrazia) a sostegno del referendum del 1° ottobre, firmato da oltre mille valenzani e presentato a Valenza il 29 settembre scorso.

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Imatge de la campanya d’Esquerra Republicana del País Valencià a favor del referèndum de l’1 d’octubre.

Sebbene i valenzani stiano prendendo sempre più coscienza della necessità di modificare la propria relazione con lo Stato e vi siano settori favorevoli a un processo «sovranista» che potrebbe convergere con quello della Catalogna, non si può ignorare la ricomparsa di un’estrema destra catalanofoba e con essa di un sentimento di «spagnolità» che il Pp e Ciudadanos stanno cercando di sfruttare per riprendere il controllo della Generalitat valenzana.

Il caso delle Isole Baleari, pur presentando alcune analogie con quello della Comunità Valenzana, ha una propria specificità. Le Baleari – Maiorca, la più importante, Minorca, Ibiza e Formentera – hanno avuto un’evoluzione politica diversa e la loro condizione di isole non ha favorito il consolidamento di un sentimento di identità balearica. Il potere e il peso demografico si concentrano a Maiorca, che conta ben 900 mila abitanti (la popolazione delle Baleari ammonta a 1,1 milioni di abitanti).

50650439Anche le Baleari, come la Comunità Valenzana, hanno avuto dei propri punti di riferimento intellettuali, di ideologia democratica ed europeista, come Josep Melià Pericàs – autore del saggio Els mallorquins (I maiorchini, 1963) – e Damià Pons Pons (1950). L’influenza di Fuster è stata comunque molto importante.

Il moderno nazionalismo balearico, in modo analogo a quello catalano e valenzano, è sopravvissuto durante il franchismo grazie alla rivendicazione culturale sostenuta dall’Obra cultural balear (Ocb). Dopo la restaurazione della democrazia, la formazione politica che ha rappresentato il nazionalismo è stato il Partit socialista de Mallorca – Entesa nacionalista (Psm), coalizione di partiti di tutte le isole e seconda forza politica nelle amministrazioni comunali dal 1995 al 2007. Oggi il Psm governa Maiorca in coalizione con il partito Més Mallorca e le Isole Baleari insieme al Partit socialista de les Illes Balears – Psoe (Psib-Psoe). Il Psm – Entesa nacionalista, l’Ocb, il Sindicat de treballadores i treballadors intersindical (Stei) ed Esquerra republicana de les Illes Balears, insieme ad altri gruppi politici, hanno sempre difeso l’idea dei Paesi catalani e si sono schierati apertamente per il «diritto di decidere» dei catalani.

Tra il 2012 e il 2015, i tentativi del Pp di relegare il catalano a una posizione di secondo piano nella scuola e nell’amministrazione delle Baleari hanno provocato la mobilitazione di tutta la comunità docente, risvegliando anche un forte sentimento di identità di fronte alla tentazione assimilazionista del nazionalismo spagnolo. Un sentimento rafforzatosi di fronte al ruolo sempre più marginale del catalano in tutti gli ambiti della vita sociale a causa della massificazione turistica, dell’immigrazione e delle decisioni politiche prese nei periodi di egemonia conservatrice 10. L’allora presidente del governo delle Isole Baleari, José Ramón Bauzà, fece una mossa sbagliata che gli costò la perdita del potere e che portò all’ascesa del maiorchinismo e della sinistra moderata in un territorio tradizionalmente molto conservatore. Di fronte a questa ascesa, nel 2015, nel pieno del processo «sovranista» catalano, è riapparsa la piattaforma Avançam, che raggruppa diversi rappresentanti politici municipali (quasi 200 consiglieri) uniti nella difesa del «diritto di decidere». Un anno prima era nata anche l’Assemblea sobiranista de Mallorca (Asm), presieduta dall’ex presidente del governo delle Isole Baleari ed ex membro del Pp Cristòfol Soler i Cladera.

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2013, imatge d’una manifestació pels carrers de Palma de la Marea Verda a favor del català en l’ensenyament i contra la política lingüística del PP a les Balears.

Anche il Grup blanquerna, un’organizzazione di ispirazione nazionalista, umanista e progressista nata nel 1985, ha stimolato il dibattito sul «sovranismo» e sulla necessità di costituire uno Stato indipendente, che in futuro diventerebbe parte dello Stato dei Paesi catalani.

È evidente che, al di là del risultato finale, il «processo» catalano ha rivitalizzato in certi settori sociali l’idea dei Paesi catalani, che oggi si concretizza in un importante tessuto di organizzazioni culturali, civili e politiche sviluppatesi a partire dagli anni Sessanta, malgrado la repressione politica. Questa rivitalizzazione è stata però, come visto, accompagnata dal risorgere di un nazionalismo spagnolo aggressivo e appoggiato dal governo centrale, che di fronte alla propria incapacità di risolvere i gravi problemi territoriali ha imboccato la via della repressione.

 

(traduzione di Sara Antoniazzi)

 

 

  1. Per «Paesi catalani» si intendono i territori catalanofoni e che condividono uno spazio geopolitico e una storia comune: la Comunità Valenzana, le Isole Baleari, la Catalogna del Nord (che fa parte dello Stato francese dal Trattato dei Pirenei del 1659), la Frangia d’Aragona (all’interno della Comunità Autonoma di Aragona), Andorra e la città sarda di Alghero, la maggior parte dei quali sono situati nella parte orientale della penisola iberica. L’estensione territoriale dei Paesi catalani è di 69.823 kmq e la loro popolazione attualmente è di 13,6 milioni di abitanti, pari al 2,74% della popolazione europea. Il pil pro capite complessivo di questi territori è all’incirca quello medio europeo. Il Principato di Andorra, fra Spagna e Francia, è l’unico Stato indipendente di lingua catalana. I Paesi catalani coincidono con gli antichi territori della Corona d’Aragona, che si dissolse nell’unità della monarchia spagnola in seguito al matrimonio celebrato nel 1469 tra il re Ferdinando II d’Aragona e la regina Isabella I di Castiglia.
  2. Sostenere che si tratti di un fenomeno nuovo significa ignorare la storia. Secondo storici poco sospettabili di essere indipendentisti, come Josep Fontana, il sentimento identitario catalano iniziò a formarsi mille anni fa. Il nazionalismo catalano moderno, invece, ebbe origine nel XIX secolo, come quello italiano.
  3. «Manifiesto por un periodismo responsable ante el conflicto catalán», Plataforma en defensa de la libertad de informatión, 9/10/2017, goo.gl/QXzkQK
  4. Il sentimento d’identità culturale e linguistica è molto radicato nella società catalana, che nel 1983 ha adottato il cosiddetto sistema di immersione linguistica, approvato dal parlamento catalano con solo due voti contrari. Questo sistema, basato su quello utilizzato in Québec, prevede di non dividere gli studenti per lingua e di utilizzare il catalano come lingua veicolare, introducendo progressivamente il castigliano in modo che alla fine del percorso scolastico gli studenti dominino perfettamente entrambe le lingue. I risultati dimostrano che i bambini catalani raggiungono un livello di competenza in castigliano superiore a quello degli altri bambini spagnoli. Tuttavia, lo Stato ha cercato in varie occasioni di affossare il sistema per ragioni che hanno poco a che vedere con la pedagogia. Le Baleari utilizzano un sistema simile a quello catalano, mentre nella Comunità Valenzana, dove la destra si è mostrata decisamente ostile a qualsiasi iniziativa per il recupero della lingua locale, il ruolo del catalano – che in questa regione viene chiamato valenzano (valencià) – è poco significativo e gli alunni vengono suddivisi in funzione della lingua scelta.
  5. Sulla catalanofobia nella Comunità Valenzana e in Spagna, cfr. rispettivamente F. Viadel, No mos fareu catalans, Universitat de València, 2009; F. Viadel, Catalanofòbia, el mal invisible d’Espanya, Bon Port, 2015.
  6. Sul valenzanismo, cfr. F. Viadel, Valencianisme, l’aportació positiva, Universitat de València, 2010.
  7. Josep Tarradellas (1899-1988), presidente della Generalitat de Catalunya dal 1954 al 1980, n.d.t
  8. Josep Lluís Albiñana (1943), presidente de la Generalitat Valenciana dal 1978 al 1979, n.d.t.
  9. Per «Catalogna in senso stretto» (la Catalunya estricta) si intende la sola regione della Catalogna, formata dalle quattro province di Barcellona, Girona, Lleida e Tarragona, n.d.t.
  10. goo.gl/CDnH56

Quant a francescviadel

Periodista, escriptor i professor universitari, autor de No mos fareu catalans. Història inacabada del blaverisme i de Valencianisme, l'aportació positiva. Cultura i política (1962-2012), publicats per la Universitat de València. Autor també de les novel·les Terra (Bromera) i L'advocat i el diable (El Cep i la Nansa) i del llibre de poemes Ciutat, dies insòlits.
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